Aminta by Torquato Tasso; M. Corradini (ed.)

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1634-1635 e 1744): ci troviamo infatti di fronte agli snodi narrativi in cui il dramma sembra incamminarsi verso un esito tragico, prima di venire deviato verso un diverso finale. Ed è ancora possibile notare, a questo proposito, che l’Aminta rispetta la prassi consolidata nella tragedia greca classica, e in quella moderna che la imita, di non mostrare direttamente sulla scena i fatti di sangue (Silvia divorata dai lupi, Aminta gettatosi nel precipizio), facendoli invece conoscere al pubblico per mezzo delle rhéseis, i racconti dei testimoni oculari.

Gigliucci 2002); l’eros platonico spiritualizzato dei filosofi rinascimentali, con il suo orizzonte trascendente, contrapposto a un sentimento naturale puramente umano; fino all’estrema riduzione dell’amore a semplice pulsione sessuale. Il terreno sul quale questo confronto si svolge risulta verosimilmente fecondato dalla riflessione compiuta dal Tasso sul Trattato dell’amore umano di Flaminio Nobili, futuro revisore della Liberata, di cui egli postillò l’edizione del 1567 per preparare la disputa accademica del febbraio 1570 sulle cinquanta Conclusioni amorose stese con la consulenza di Antonio Montecatini, in occasione del matrimonio di Lucrezia d’Este (Da Pozzo 1983, pp.

All’altro estremo, sul finire del XVII secolo incontriamo una rilettura di segno diametralmente opposto: l’Aminta moralizzato di Giovan Battista di Leone da San Fele, minore conventuale, stampato a Napoli nel 1691, su cui si veda Gallinaro 1995. Non di generica moralizzazione però si tratta, ma di una completa e puntualissima riscrittura in chiave spirituale del dramma, nel segno dell’«anagramma purissimo» annunciato nella dedica, per cui Aminta è volto in «Animat». Silvia dunque diventa l’Anima, Aminta il Divino Pastore, il Satiro il demonio Asmodeo, Tirsi un Angelo, Dafne la Divina Ispirazione, e ogni personaggio anche minore trova la sua precisa corrispondenza; ne esce una fabula allegorica in cui l’Anima, inizialmente dedita alla “caccia” del proprio piacere, alla fine si dispone a ricambiare l’amore celeste (e la supposta morte di Aminta diventa, in questa chiave, morte e resurrezione di Cristo).

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